Ibrido poetico

Quante volte da ragazzi (a scuola o con gli amici) abbiamo partecipato al gioco del Cadavre exquis senza sapere nulla della sua origine illustre e, ancora meno, del significato del suo nome? Quel gioco del foglietto piegato dove ciascuno scrive un nome, un verbo (all’insaputa degli altri) e alla fine ne esce una frase stranissima, a volte totalmente assurda, a volte un ibrido poetico… (prendendo a prestito una definizione di Gianni Puri ed Enrica Siracusa).

Sulla nascita del Cadavre Exquis, ecco quanto riporta l’Enciclopedia Treccani:

Gioco collettivo surrealista, realizzato per la prima volta nel 1925, a Parigi. Consiste nel far comporre una frase da più persone (senza che nessuna possa conoscere l’intervento dell’altra) nella sequenza sostantivo-aggettivo-verbo-sostantivo-aggettivo. Il nome del gioco deriva dalla prima frase che fu ottenuta: le cadavre exquis boira le vin nouveau («il cadavere squisito berrà il vino nuovo»). Lo stesso sistema fu adattato al disegno, piegando o coprendo il foglio nelle parti già compilate. Il gioco si inserisce nell’ambito dell’automatismo surrealista e della casuale associazione degli elementi, nella quale tuttavia sembra manifestarsi una connessione sotterranea fra i partecipanti. 

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Molti protagonisti del mondo dell’arte, dell’architettura e del design (e persino della musica) si sono confrontati – più o meno intenzionalmente – con questo gioco. David Bowie amava comporre testi mescolando a caso singole parole scelte e tagliate da giornali o libri (secondo il metodo Cut-up divenuto poi nel tempo un software per comporre canzoni: il suo famoso Verbasizer).

Nel disegno/gioco (a destra) di Tanguy, Man Ray e Mirò, l’esito surreale è evidente. Ma non sempre, soltanto mescolando elementi a caso, si raggiunge simultaneamente anche un esito poetico.

 

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Ci sono riusciti (a mio parere) gli autori della struttura presentata alla Biennale Architettura dello scorso anno (Padiglione Venezia), nell’ambito delle proposte per la riqualificazione dell’area industriale della vicina Marghera.

Il titolo dell’installazione è Cadavre exquis, ovvero l’ibrido poetico del subconscio (foto di Noarts.it). I creatori sono Gianni Puri ed Enrica Siracusa di La Macchina Studio; il disegno animato (qui sotto) è parte dello stesso progetto.

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Non so se sia intenzionale o puramente involontaria, ma l’analogia di questi contesti con la nota poetica di alcuni disegni, progetti e realizzazioni architettoniche creati dallo Studio Bruno Minardi di Ravenna negli ultimi 30 anni é sorprendente. Ispirazione? Connessione sotterranea? Di seguito alcune delle creazioni più suggestive di Minardi:

Nostalgia urbana, Biennale Architettura Venezia 1990 (acrilico su tela)

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Il teatro alpino, Galleria AAM 1980 (modello a sinistra)

La casa del Dottor No, 1976 –  Triennale Architettura Milano 1986 (modello a destra)

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Soprelevazione di case popolari a Cesena, 1997/78

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Urban Center, Venezia 2002

E terminiamo con Venezia: il luogo per eccellenza in cui l’ibrido poetico è di casa… fra terra, cielo e acque. Qui il prossimo 10 aprile verrà inaugurata alla Fondazione Giorgio Cini la mostra Le Stanze del Vetro, dedicata alla produzione vetraria di Ettore Sottsass. Curata da Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Giorgio Cini, la mostra si inserisce nelle celebrazioni del centenario della nascita di Sottsass (1917-2017): verranno presentate 200 opere in vetro e cristallo del famoso architetto, alcune delle quali mai esposte al pubblico.

Per rimanere in tema con l’argomento di oggi, ecco la nostra preferita (Fe03).

💙  Alba

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Vorrei che gli oggetti non tanto fossero silenziosi                                                                                                ma costringessero al silenzio chi li usa, chi li guarda.

Ettore Sottsass


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