Le regole del gioco

La scorsa notte ho pubblicato un post su Instagram dove ho spiegato perché non mi sento più di continuare a usarlo come strumento per diffondere il mio lavoro. Rimarrò sicuramente per le bellissime amicizie create nel tempo, e perché amo immensamente il mondo della fotografia, ma non investirò più tante energie e/o denaro per raccontare lì i miei progetti professionali. Ai più sembrerà che sia dovuto agli scarsi risultati ottenuti in termini di visibilità e numero di followers, nonostante negli ultimi dodici mesi abbia lavorato con alcuni fra i migliori esperti italiani di comunicazione sui social media. In realtà il discorso è molto meno superficiale.

L’anno appena trascorso ci ha tolto molto (sicurezza, sensazione apparente di invulnerabilità, gioia, condivisione e contatto fisico, relazioni sociali in presenza, fiducia in chi governa, fiducia nella scienza), ma ci ha anche dato l’opportunità di chiederci e di sentire profondamente, fino dentro alle ossa, che cosa ci farebbe stare davvero bene e che cosa è essenziale o meno per il nostro benessere quotidiano. Io ho riempito tutto il mio tempo vuoto di questo lungo anno senza fine con letture, studio, ricerche e corsi dedicati alla psicologia della percezione, alla neuroestetica e alle applicazioni della fisica quantistica nella vita di ogni giorno. Sono materie alla base di quasi tutti i miei progetti ed è dagli anni ’90 che procedo su queste strade; ma è stato grazie alla forza dirompente del maremoto sociale e collettivo tuttora in corso, che molte delle mie conoscenze acquisite nel tempo si sono trasformate oggi in qualcosa di più concreto e anche personale. Come spesso accade, è soprattutto nelle difficoltà in cui dobbiamo far ricorso alle nostre risorse interiori, che ci troviamo a valutarne la tenuta, lo spessore, la duttilità. Con un passato da ipocondriaca ai massimi livelli, ero certa che posta di fronte a uno scenario come quello attuale – anche solo immaginato attraverso i film di fantascienza – avrei risposto con una paralisi totale della volontà, dell’azione e di una risposta “matura” agli eventi.

In realtà dopo i primi mesi di incredulità e disorientamento è come se mi fossi calata totalmente in una realtà parallela in cui i rumori di fondo della paura, di giudizi e pregiudizi (politici e non), della fede cieca in salvatori esterni o della condanna a morte di chiunque abbia un’idea diversa, diventano ogni giorno più sfumati e lontani. Abitare in un paesino sul mare di neanche tremila persone mi ha aiutato molto nella creazione di questa oasi, per lo più interiore; così come l’aver quasi eliminato del tutto l’esposizione a telegiornali e ad altri canali di informazione, mi ha permesso di evitare gli effetti disastrosi di un contagio emotivo permanente e quotidiano molto più pervasivo e potente di quello causato dal virus.

Tutta l’energia risparmiata evitando di farmi terrorizzare giorno dopo giorno, l’ho usata per progettare il futuro dello Studio Homeart e della sua nuova sede; l’ho anche impiegata per inventare nuovi modi di usare l’arte a 360 gradi e di coinvolgere persone di tutte le età, insieme e separatamente. Ho provato negli ultimi sei mesi a condividere sui social le mie riflessioni e i miei progetti, ma a parte pochissime persone già per loro scelta di vita in totale sintonia con il mio approccio al quotidiano e all’arte, il 95% restante delle persone raggiunte ha colto solo la superficie delle proposte fatte. I social, almeno per i temi che frequento io – arte, interior design, spirito creativo e psicologia – sembrano essere concepiti più per attrarre chi desidera sfogarsi e/o distrarsi che per chi sente brividi di gioia solo al pensiero di poter costruire qualcosa di nuovo nella sua vita, di concreto o immateriale. Ho passato talmente tante ore a studiare profili di architetti, designer, artisti, collezionisti, galleristi, filosofi, critici d’arte… ma la maggior parte di essi sembrano aver deciso – credo inconsapevolmente – di recitare un unico ruolo, di seguire virgola per virgola i diktat degli influencer più famosi e degli ideatori di tali piattaforme. Questi ultimi hanno costruito una specie di sceneggiatura implicita per chi partecipa alla scena, una struttura rigida che non prevede e non vuole la partecipazione attiva di outsider. E che fa in modo di isolare tutti quei professionisti del settore – sognatori e visionari – che non vogliono o non sanno seguire le regole del gioco. Tipo il condividere ossessivamente frammenti del proprio quotidiano a tutte le ore, sentirsi in obbligo di esternare i propri sentimenti e giudizi su ogni cosa, giocare il gioco del do ut des portandolo all’ennesima potenza con scambi di favori, catene di sant’Antonio rivisitate in chiave social, auto/altrui promozioni e condivisioni che intasano il 99% dei profili. Non sai più se stai leggendo un annuncio pubblicitario, il consiglio disinteressato di un amico; ti vergogni persino a citare un profilo che ami perché qualcuno potrebbe pensare che vuoi in cambio qualcosa. E poi la velocità di quegli sguardi distratti nello sfogliare foto e video, le skippate, le pochissime persone che leggono i tuoi contenuti…

No, decisamente non è il luogo giusto per il mio lavoro, neanche per raccontarlo. I miei corsi, i laboratori, ma anche i miei contenuti (qui o altrove) hanno bisogno di tempo, di ascolto, di voglia di andare dentro le parole e gli argomenti. Il mio è un mondo dove la contemplazione allegra e gioiosa della vita vive di tempi lenti, di riflessioni audaci che devono maturare con calma, ha bisogno di riletture e approfondimenti, di attenzione non frammentata e concentrazione. Questo mondo è alla base del mio progetto Meditare ad arte, ma colora anche le mie creazioni d’arte e design, le consulenze di interior design e non è (per ora) compatibile con i tempi e lo stile dei social per come li stiamo usando oggi. Un giorno chissà, ma per ora preferisco rimanere a parlarne solo qui; con un sacco di parole, giocando con le metafore, con le immagini e i sogni.

Si, parlo proprio di sogni. Ma di quelli grandi e profondi, che non si skippano.

💙 💙 💙

Alba


2 risposte a "Le regole del gioco"

  1. Alba grazie delle tue parole che mi fanno sentire meno sola.
    Ho davvero bisogno di confrontarmi su questi temi con menti pensanti, e ancora di più sul tema della ricerca, che ci spinge ad arricchire i giorni e l’anima, a focoalizzare le prospettive del periodo confuso e assurdo che stiamo vivendo.
    Spero sia presto, a voce e in presenza, no Dad.
    Vorrei presenziare ad uno dei tuoi corsi,
    ho bisogno di crescere e di imparare
    Grazie

  2. Cara Alba, sono assolutamente d’accordo con il tuo pensiero, anche io mi sono applicata per un certo periodo, più o meno bene, nell’esporre i miei lavori. Anche io ho notato l’interesse di molte persone, ma null’altro di più. Tutto si ferma ad una visione veloce del tuo prodotto. Sinceramente non sono disposta a perdere tanto tempo sui social, tempo che rubo al mio lavoro, per quasi nulla. Le cose che salvo, sono i contatti con le conoscenze che sono riuscita a trovare e che spero si possano tramutare in amicizie quando i tempi saranno più favorevoli. Direi che Instagram mi serve per radunare i contatti ed avere loro notizie (per avere le stesse notizie dovrei stare ore al telefono), oltre che per appagare la mia insaziabile curiosità verso il mondo dell’arte. Questo mi basta. È la mia finestra sul mondo. Per me che vivo in cima ad una collina, è importante non isolarmi dal mondo. Ci sentiamo presto, un grande abbraccio.

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