Vivere ad arte

Vivere ad arte è un modo di fare e vedere, di accostare le cose alle persone. Ogni volta che scegliamo di esporre nelle nostre case un oggetto, un quadro o una foto, stiamo compiendo un gesto che ha a che fare con l’arte. Stiamo scegliendo di dare valore a qualcosa che ha un significato per noi, stiamo decidendo di dargli spazio, visibilità; stiamo per condividerlo con lo sguardo altrui mettendo in atto quegli stessi accorgimenti e sensazioni che usano gli artisti per comunicare.

Ciò che esponiamo al nostro e altrui sguardo quotidiano ha un grande potere. Le forme, i simboli, i colori… sono interpreti di mondi mai neutri che hanno un notevole impatto sul nostro stato fisico ed emotivo. Mondi che parlano al nostro inconscio, che dialogano sotto la soglia del pensiero cosciente e producono stati d’animo, emozioni particolari e, a volte, scatenano reazioni incomprensibili. E’ una grande “responsabilità” scegliere cosa e come esporre l’arte – o ciò che noi riteniamo tale – nelle nostre abitazioni. In casa nostra siamo liberi, è vero, di convivere con qualsiasi cosa abbia prodotto l’uomo o la natura, da una riproduzione fedele della Gioconda a quella simbolica di un tronco segnato dal sole.dsc_0406 E’ importante, però, sapere che questo avrà conseguenze su tutti coloro che condividono lo spazio.

I quadri, le sculture, le foto e le installazioni artistiche portano con sé l’impronta di chi li ha concepiti, creati, voluti; un’impronta che si trasforma in nota costante e ripetuta, che coabita con noi ogni giorno. E suona. Se quella nota è in totale sintonia con il nostro viaggio, la coesistenza è perfetta! Lei, l’opera, funge da richiamo, da catalizzatore, da stimolo che induce al movimento, fosse anche solo interiore. Se la nota è dissonante rispetto a ciò che siamo, al contrario, si crea una disarmonia sotterranea che non produce benessere nel lungo periodo. Non importa quanto valga  l’opera, quanto sia preziosa per rarità, antichità o mano esecutrice. Il suo valore, come produttrice consapevole di stati d’animo, sta tutto nella congruenza con i nostri valori, con i nostri sogni. Che sia arte classica o contemporanea – astratta o meno – ciò che importa davvero è essere consapevoli di ciò che avviene dentro di noi nella reciprocità dello sguardo.

Facciamo un esempio concreto con un’opera di grandi dimensioni (190 x 140 cm) di Aldo Mondino, I Dervisci, presentata alla Biennale di Venezia nel 1993. Se la esponessimo in casa, in posizione tale da poterla vedere bene nella sua imponenza ogni volta che si entra nella stanza o che vi si permane per una certa quantità di tempo – per riposare, conversare o mangiare – sicuramente quella danza mistica, quel movimento fisico e interiore così abilmente e meravigliosamente rappresentato, avrebbe su chi abita questo spazio un impatto costante, ripetuto nel tempo. L’impatto e la relazione sono assolutamente soggettivi, sempre: questa è la prima (e forse più importante) regola nella fruizione dell’arte.

aldo-mondino-dervisci-1993-olio-su-linoleum-cm-190x140Una persona dinamica in continuo movimento, in perenne ricerca, condividendo quotidianamente lo spazio con i danzatori potrebbe avere una (neanche troppo sotterranea) conferma al proprio agire senza sosta. Ma in un momento di necessario riposo, della mente o del corpo, potrebbe essere turbata (per lo più sotto il livello vigile di coscienza) da questa presenza.

Un’altra persona potrebbe coglierne maggiormente l’aspetto spirituale di leggerezza e farne un invito quotidiano ad andare nella vita con passo più lieve. Non siamo esseri monolitici, pur avendo tratti di personalità precisi e ben definiti. Cambiamo nel corso dell’esistenza, ma anche nella stessa giornata. Essere consapevoli del dialogo esistente fra noi e ciò che ci circonda (anche un quadro), attivare una presenza vigile su come stiamo e  su come reagiamo alle influenze esterne ci permette di scegliere, almeno in casa nostra, come allestire il nostro spazio domestico per sostenere al meglio il benessere di noi stessi e del nucleo familiare che eventualmente lo condivide. Non è che ci mettiamo a spostare a ogni ora del giorno e della notte quadri e mobilia, a seconda dell’umore o dello stato fisico, ma possiamo spostare il nostro sguardo o la nostra stessa presenza in spazi della casa che corrispondono meglio alle esigenze del momento.

Non reagiamo soggettivamente soltanto alle opere d’arte che abitano nelle nostre case; il nostro corpo e la nostra mente vengono sollecitati da moltissimi altri fattori come lo stile prevalente, l’affollamento o la fissità di mobili e oggetti, la loro provenienza (comprati, ereditati, creati con le proprie mani…). Per non parlare di ciò che suscitano in noi alcune forme, rispetto ad altre; o i colori, le armonie, le dissonanze. E’ un viaggio di scoperta affascinante conoscere sé stessi sempre più profondamente anche attraverso il dialogo con le cose che ci circondano, oltre che per il tramite di persone o situazioni.

Dopo anni passati nel pieno – soprammobili ovunque, pareti colme di foto, quadri in quantità, mobili piccoli e grandi concentrati in spazi ridotti – può essere che una persona senta l’esigenza di alleggerire temporaneamente lo spazio inserendo il vuoto come “presenza”. Meno oggetti alla vista, meno immagini e stimoli, meno dialoghi sotterranei e/o evidenti. O, al contrario, dopo un periodo di minimalismo estremo nell’allestimento dei propri spazi domestici, si potrebbe aver voglia di arricchire con forme e colori decisi il proprio orizzonte quotidiano… L’importante è mettersi di tanto in tanto in ascolto, sentire a che punto del viaggio ci si trova, e comprendere se la comunicazione con le cose che ci circondano è armoniosa o meno.